Abbiamo bisogno del coraggio come pure dell'inclinazione per consultare e trarre vantaggio dalle "tradizioni sapienzali dell'umanità".
Nel 1970 scrissi di un "mondo post-tradizionale". Oggi sono convinto che soltanto le tradizioni vive rendano possibile l'esistenza di un mondo. Robert Nelly Bellah
La terza considerazione è l'univeralità: ogni religione mescola principi universali con particolarismi locali. I primi, una volta fatti emergere e chiariti, parlano alla parte genericamente umana di noi tutti, laddove i secondi, ricche miscele di riti e leggende, non sono facilmente acessibili agli osservatori esterni.
Quando si passano al vaglio le religioni alla ricerca di queste verità, ne appare un volto diverso e più pulito. Diventano le tradizioni spaienzali del mondo. Vanno sempre più somigliando a banche dati che ospitano la più perfezionata saggezza della razza umana. Dato che questo testo si concentra proprio su queste riserve di pazienza, si sarebbe potutto anche intitolare: "Le grandi tradizoni sapienziali del mondo".
Infatti, che cosa vogliamo? E' facile dare una risposta semplice, non altrettanto fornirne una buona.
Quando però i desideri sfrenati divengono l'ambizione principale diventa impossibile soddisfarli. Questi beni, infatti, non costituiscono l'oggetto reale del proprio desiderio. E non si può avere mai abbastanza di quello che non si vuole veramnete. Nel linguaggio hindu: "Tentare di soddisfare il desiderio di richezza con il denaro è come cercare di spegnere un fuoco versandoci sopra del burro". An
che l'Occidente ne sa qualcosa. "La povertà consiste non nella diminuzione dei propri beni, ma nell'aumento della propria avidità", scrisse Platone, e Gregorio Nazianzeno, da buon teologo, avalla questa tesi aggiungendo: "Potreste anche procurarvi tutta la richezza di questo mondo, ne rimarebbe ancora latrettanta la cui mancanza vi renderebbe poveri". "Il successo è uno scopo senza un punto di sazietà", ha scritto recentemente uno psicologo, e un gruppo di sociologi che ha analizzato una città americana del Midwest ha riscontrato che "sia gli uomini d'affari che i lavoratori più umili, che sudano sette camicie per guadagnarsi lo stipendio, si tengono al passo con la assai più rapida crescita dei loro desideri individuali".
Nel lunghissimo periodo, infatti, l'induismo fa una distinzione familiare anche all'Occidente, quella tra età sul piano anagrafico, ma su quello psicologico uno potrebbe essere ancora infantile, mentre l'altro pienamento adulto. Per gli hindu la distinzione copre più vite...
Infatti, per quanto in un senso molto lato si possa contemplare una religione incentrata sul culto dell'io, la religione autentica comincia con la ricerca del senso e del significato al di là dell'egocentrismo. Essa rinuncia alle pretese finalistiche dell'ego. (...) Lo spostamento segna il primo grande passo nella religione in quanto produce la religione del dovere, che, dopo piacere e successo, n
ella prospettiva hindu rappresenta il terzo grande scopo nella vita. Il suo potere sugli individui maturi è incredibile. Innumerevoli persone hanno trasformato la volontà di ricevere in volontà di dare, la volontà di guadagnare in volontà di servire. Non per trionfare ma per fare del proprio meglio: comportarsi responsabilmente, qualsiasi sia il compito assegnato, è diventato il loro obiettivo primario.
al se umano è sottesa una riserva di essere che lo anima e che non muore mai, non si esaurisce mai e non ha limiti in termini di consapevolezza e di beatitudine. Tale centro infinito di ogni vita , questo se nascosto o Atman, non è altro che Brahman, la divinità. Fatto di corpo, personalità e Atman-Brahman, un se umano non è descritto in modo esauriente finchè non vengono messe a fuoco tutte e 3
le componenti. Se però questo è vero e davvero siamo infiniti nella nostra essenza, perchè ciò non emerge in tutta evidenza? Perchè non ci comportiamo di conseguenza? (...) La risposta, dicono gli Hindu, sta nella profondità a cui l'Eternità è sepolta, sotto la quasi impenetrabile massa di distrazioni, falsi presupposti e amor proprio istintivo che abbracciano la superficie del nostro se. Una lampada può essere coperta di polvere e sporcizia da oscurare completamente la luce che emette. Il problema che la vita pone al se dell'uomo è di purificare le scorie del proprio essere al punto he il suo centro infinito possa risplendere in piena luce.
Come ci si potrebbe sentire delusi per una sconfitta se si sperimentasse ugualmente come propria la gioia della vittoria altrui? Allo stesso modo, come potrebbe toccarci l'essere passati in una promozione, se riuscissimo a godere anche noi del successo ottenuto dal nostro rivale?
Rispetto ai bambini noi siamo maturi, ma rispetto ai santi siamo bambini.
Le upanisad parlano di una "conoscenza di Quello la cui conoscenza porta la conoscenza di tutto". Probabilmente qui "tutto" non implica un'onniscenza in senso letterale, ma con più probabilità si riferisce a un'intuizione che dischiude il senso di ogni cosa.
La parola yoga deriva dalla stessa radice dell'inglese yoke (e dall'italiano giogo), che veicola un duplice significato: Unire (accopiare) e sottoporre a un addestramento disciplinato (soggiogare, passare sotto il gioco). Nel vocabolo sanscrito sono presenti entrambe le connotazioni. Pertanto, in una definizione generale, yoga si riferisce a un metodo formativo, mirato a portare all'integrazione o all'unione.
Ciò che è peculiare all'induismo è l'attenzione che ha prestato all'identificazione dei tipi-base di personalità spirituale spirituale e alla disciplina che ha la maggiore probabilità di funzionare con ciascuna. Il risultato è il riconoscimento, che pervade tutta la religione, che sistono molteplici strade per raggiungere Dio e ciascuna richiede la propria particolare modalità di viaggio. In base
al calcolo hindu, i tipi-base di personalità spirituale ammontano a quattro. Alcune persone sono principalmente riflessive. Altre sono fondamentalmente emotive. Altre ancora sono essenzialmente attive. Infine alcuni sono inclini alla sperimentazione. Per ciascun tipo di personalità spirituale dell'induismo prescrive un tipo di yoga particolare, mirato a far tesoro del punto di forza specifico di ciascun tipo.
L'Atman (Il Dio interiore) deve traformarsi da concetto in consapevolezza. Per questo progetto viene proposta una serie di modi per riflettere. Per esempio, si può magari consigliare al discepolo di esaminare il linguaggio quotidiano e meditare sulle sue implicazioni. La parola " mio" implica sempre una distinzione tra il possessore e l'oggetto posseduto; quando parlo del mio libro o della mia giacca, non penso di essere tali cose. Ma parlo anche del mio corpo, della mia mente o della mia personalità, dimostrnado in un certo senso che mi considero separato anche da questi. Cos'è questo "sè" che possiede il mio corpo e la mia mente, ma non coincide con essi?
Il nostro termine "personalità" deriva dal latino persona, che originariamente si riferiva alla maschera indossata da un attore quando saliva sul palcoscenico per recitare, la maschera attraverso (per) cui faceva risuonare (sonare) la parte stessa. La maschera stava a indicare il ruolo, mentre dietro di essa l'attore rimaneva nascosto e anonimo, lontano dalle emozioni che rappresentava. La perfezi
one, dicono gli hindu, sta in questo, dal momento che i ruoli sono esattamente equivalenti alle nostre personalità, delle quali siamo temporaneamente investiti per quella che è la più grande delle tragicommedie, il dramma della vita, dove siamo al contempo co.autori e attori. Come una brava attrice dà il meglio di sè alla propria parte, così anche noi dovremmo recitare pienamente la nostra. Il nostro errore sta nel confondere la parte che ci è assegnata attualmente con ciò che siamo realmente. Il compito della yogini è correggere questa faòsa identificazione. Rivolgendo all'interno la propria consapevolezza, deve perforare i diversi strati della propria personalità, finchè, avendo inciso in tutti, non raggiunga l'attrice anonima, gioiosamente disinteressata che risiede al suo interno.
Tu sei colui di cui non c'è altro vedente, udente, pensante o agente.
Nasce così la storia dello yogi che, mentre sedeva in meditazione sulle rive del Gnage, vide cadere nell'acqua uno scorpione. Lo tirò fuori e ne ottene soltanto di essere punto. Lo scorpione ricadde subito nell'acqua; di nuovo lo yogi lo salvo e fu punto ancora. La sequenza si ripetè altre due volte, finchè un passante domandò allo yogi: " Perchè continui a salvare lo scorpione quando la sua sola forma di gratitudine è di pungerti?" Lo yogi rispose: "Pungere è nella natura degli scorpioni. Aiutare gli altri quando possono è nella natura degli yogi".
Le persone sono perennemente impegnate nel tentativo di impadronirsi della Realtà con le parole, ma finiscono poi per scoprire che il mistero deplora i loro discorsi e i loro balbettii sono inghiottiti dal silenzio. Il problema nonsta nel fatto che la nostra mente non è abbastanza brillante, ma è più profondo. La mente, intesa nel suo significato comune e ordinario, è il tipo di strumento sbagli
ato per quest'impresa e il risultato è quello che si otterebbe cercando di svuotare l'oceano con una rete o prendere al lazo il vento. La venerata preghiera di Sankara, il Tommaso d'Aquino dell'induismo, inizia con l'invocazione: "O tu al cui cospetto ogni parola tace". La mente umana si è evluta per facilitare la sopravvivenza del mondo naturale e si è adattata a gestire oggetti finiti. Dio, al contrario è infinito e appartiene a un ordine di realtà diverso da quello che il nostro cervello riesce a cogliere. Aspettarsi che la nostra mente circoscriva l'infinito è come chiedere a un cane di capire l'equazione di Einstein con il fiuto. L'analogia diventerebbe fuorviante se , spinta in una direzione diversa, insinuasse che non potremmo mai conoscere il Dio abissale. Gli yoga, come abbiamo visto, sono vie che sfociano proprio a questa consapevolezza. Eppure, la conoscenza a cui conducono trascende la conoscenza attinta dall'intelletto razionale, perchè si eleva all'oscurità profonda ma abbagliante della coscienza mistica.
Tommaso da Kempen: "Vi è un'incomparabile distanza tra le cose che gli uomini immaginano attraverso la regione naturale e quelle che gli uomini illuminati afferrano tramite la contemplazione."
Semina un pensiero e raccogli un'azione, semina un'azione e raccogli un'abitudine, semina un'abitudine e raccogli un carattere; semina un carattere e raccogli un destino.
Gli hindu hanno una concezione simile in testa quando parlano di maya. Il mondo si manifesta come la fente lo percepisce in stato di normalità, ma ciò non giustifica il pensiero che la realtà di per sè sia così. Un bombetto che veda il primo film in vita sua prenderà le immagini in movimento per oggetti reali, senza rendersi conto che il leone che riggisce dallo schermo viene proiettato da una ca
bina sul retro della sala cinematografica. Lo stesso vale per noi: il mondo che vediamo è condizionato, e in tal senso proiettato, dai nostri meccanismi percettivi. Per cambiare metafora, i nostri recettori sensoriali registrano soltanto una fascia ristretta di onde elettromagnetiche. Con l'ausilio di microscopi e altri amplificatori, possimao scoprire altre lunghezze d'onda, ma per conoscere la realtà di per sè dobbiamo coltivare la supercoscienza. In questo stato i nostri recettori cesserebbero di rifrangere, come un prisma, la luce pura dell'essere in uno spettro di mplteplicità. La realtà verebbe conosciuta come essa effettivamente è: una, infinita, incontaminata.
La verità è una sola; i saggi le danno nomi diversi.