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sabato 17 maggio 2014
Sumi-e
“ Un vecchio adagio afferma che quanti sono versati nella pittura vivranno più a lungo, perché la vita creata per mezzo del tocco del pennello rafforza la vita stessa” : nella tradizione dell’antica Cina infatti, l’armonia di un prodotto artistico rispecchia l’armonia universale del Tao (in giapponese Do), supremo e imprescrutabile principio che ha generato il mondo e governa il segreto ritmo della natura. Non è un caso che il tema dominante della grande pittura cinese sia il paesaggio, un paesaggio che è sempre sottilmente realistico e al tempo stesso metaforico. Le figure umane e le opere dell’uomo non distolgono mai lo sguardo dagli elementi centrali del dipinto, una montagna, una cascata, un albero, un bambù o un’orchidea, anzi la loro collocazione stabilisce un clima di corrispondenze simboliche e per analogia rimanda agli equilibri stabiliti dal Tao tra Cielo e Terra, uomo e natura, gravità e leggerezza, pieno e vuoto.In ogni cosa, sia essa un’entità vivente o un’ arte umana, circola il Ch’i ( in giapponese Ki), uno spirito, un respiro, una forza impalpabile: è un concetto che alla sensibilità occidentale può apparire fumoso, fastidiosamente metafisico, ma l’ideogramma Tao ( Do ) significa “la Via”, e una via non è fatta che per essere molto concretamente imboccata e percorsa.
Il termine giapponese significa “inchiostro nero” (Sumi) e “pittura” (E) ed indica una delle forme d’arte in cui i soggetti sono dipinti con l’inchiostro nero in gradazioni variabili dal nero puro a tutte le sfumature che si possono ottenere diluendolo con l’acqua.
Questo però non vuol dire che ogni cosa dipinta così possa meritare il nome di “sumi-e”. Il vero “sumi-e” deve rispondere a determinate caratteristiche tipiche, come ad esempio la sobrietà e la spontaneità che vanno direttamente alla sensibilità dello spettatore.
Perché un dipinto sia “vivo”, tutti i suoi componenti devono essere vivi. Questo tipo di pittura include già il “disegno”, non c’è bisogno di alcun tratto preparatorio, viene tralasciata ogni forma o dettaglio superfluo. Il “ sumi-e” coglie l’essenza della natura.
Il “ sumi-e” venne introdotto in Giappone dai monaci zen e conobbe un rapido successo perché questa “ tecnica” pittorica, come nella pratica dello Zen, l’espressione del reale viene ridotta alla sua forma pura, spoglia. I ritocchi, le “ aggiunte”, le decorazioni in realtà non abbelliscono un’opera ma ne offuscano solo la verità naturale, la sua propria natura. E’ un po’ come nella cucina: se mettete troppi condimenti e troppe spezie, non sentirete più il gusto di quello che effettivamente state cucinando.
E così come nello Zen poche parole sono sufficienti a esprimere il senso di molte ore di meditazione, nel “sumi-e” pochi tratti d’inchiostro nero tracciati con un pennello su un semplice foglio di carta bianco, permettono di rappresentare il modello più complesso. Si deve imparare a cogliere l’essenza, la verità così com’è.
Vediamo ad esempio che cosa succede quando vogliamo dipingere un bambù con la tecnica del “sumi-e”: ci si siede (ma si può fare anche in piedi) tenendo la schiena ben diritta, si mette davanti a sé un foglio di carta e ci si concentra sul foglio, respirando con calma, naturalmente. Si lasciano svanire tutti gli altri pensieri. Nella nostra mente rimane alla fine solo un foglio bianco. Poi si lascia che si presenti alla mente l’immagine da dipingere.
Per dipingere il bambù, ne dobbiamo sentire la “consistenza”, si “vede” il tronco, i rami, si “sente” il fruscio delle foglie leggere mosse dall’aria o dal vento, o bagnate, pesanti di pioggia. Di questo e altro tutto il nostro spirito s’impregna, in un certo senso si diventa il bambù, è indescrivibile. Allora si prende il pennello e si lascia andare la mano in modo naturale e senza sforzo. Non c’è alcun pensiero di tecnica, né di risultato, non c’è alcuno sforzo cosciente di fare “un buon dipinto”. Il bambù “creato”dal niente, non meramente “copiato”. Sulla carta di riso poi è concesso un solo colpo di pennello per ogni tratto; ogni ritocco viene immediatamente percepito. Tutto l’apparato mentale che complica l’immagine (e la vita) viene abbandonato.
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venerdì 21 febbraio 2014
Enrgia, posti e costruzioni
Luoghi ad Alta
Energia
Il luogo è
per definizione “una porzione di spazio
materialmente o idealmente delimitata”. Dalla notte dei tempi, le
necessità fondamentali dell’essere umano sono rimaste inalterate:
reperire il nutrimento fisico e spirituale. E’ per rispondere a
questo bisogno primordiale, che l’uomo nel corso dei millenni, ha
delimitato fisicamente ma soprattutto idealmente, luoghi particolari
per caratteristiche geofisiche ed energetiche.
materialmente o idealmente delimitata”. Dalla notte dei tempi, le
necessità fondamentali dell’essere umano sono rimaste inalterate:
reperire il nutrimento fisico e spirituale. E’ per rispondere a
questo bisogno primordiale, che l’uomo nel corso dei millenni, ha
delimitato fisicamente ma soprattutto idealmente, luoghi particolari
per caratteristiche geofisiche ed energetiche.
Energia,
un termine derivato dal greco, dato dalla fusione di due parole, "en"
dentro ed "ergon", lavoro, opera.
Dunque, Luoghi d'Energia,ovvero
porzioni di spazio idealmente o materialmente delimitati in grado di
produrre autonomamente e intimamente un lavoro. In altre parole
luoghi capaci di estrinsecare energie di varia natura che
inevitabilmente si compenetrano e interagiscono con tutte le altre
forme di energia, inclusa quella compressa, ovvero, la materia.
Associare i due termini ed i
significati che sottendono è invero abbastanza arduo ed inusuale
almeno per l'uomo moderno, ma questo
concetto è stato il fondamento su cui si è basata la ritualità e
quotidianità umana in ogni epoca ed ad ogni latitudine. I luoghi
d'energia o luoghi alti come li definiscono i francesi, hanno da
sempre rappresentato un punto di riferimento, per l'uomo alla
ricerca del benessere, della salute fisica ma soprattutto del
contatto col trascendente.
Nel corso dei millenni, in virtù
delle loro caratteristiche, questi luoghi sono divenuti luoghi di
culto, in onore di divinità le più disparate, o luoghi di cultura e
potere.
Paradossalmente questo intimo legame tra energia e fede, energia e
conoscenza, ne ha decretato l'alienazione e l'oblio.
Le
nebbie del passato, vanno gradualmente dissolvendosi e da più parti
autorevoli voci si alzano, nel tentativo di portare l'uomo, a
riappropriarsi di quella cultura e quella conoscenza che gli erano
proprie.
Purtroppo, agli
albori del terzo millennio, vittima consapevole eppur complice di
una fretta imperante, l'uomo ha poco tempo e poca voglia di porsi
domande e in questo contesto di cultura preconfezionata, preferisce
assumere una forma mentis non propria alla quale si conforma e si
adatta. Cogito ergo sum sembra così fuori moda da apparire
offensivo e molte riflessioni, sulla natura dei luoghi, sul rapporto
intimo con la terra, sono relegate al mondo degli ”esoteristi”,
degli “studiosi del paranormale”, degli “scienziati di frontiera” o
dei curiosi, come me.
Così,
purtroppo, molti richiami cadono nel vuoto. Se per esempio le teorie
del Dottor Hartmann, fossero state recepite con più attenzione, oggi
forse saremo qualche passo avanti, nell'irto ed erto cammino per il
recupero della conoscenza e padroneggeremo un un sapere che è
invece relegato ancora al mondo delle cose oscure e nascoste.
Un sapere che era
proprio di tutte le culture antiche e che era stato trasmesso e
conservato con cura da generazioni di sciamani, sacerdoti,
veggenti, sensitivi, druidi, profeti, monaci e architetti. Ecco
dunque il perché di questo luogo ideale e materiale, un tentativo
modesto di aprire uno spiraglio, di esplorare il nostro mondo, di
concepire la Terra come un essere vivo e pulsante capace di agire,
reagire e soprattutto interagire con l’uomo e la sua energia.
Templi, caverne, menhir, piramidi, moschee, piccole pievi romaniche
o maestose cattedrali, chi di noi in certi luoghi non si è sentito
almeno una volta accolto, abbracciato, sollevato, e il suo respiro
si è fatto sincrono, ritmato, con un respiro più ampio, immenso...
Questi luoghi che dalla preistoria hanno richiamato a se l’uomo,
sono stati frequentati, armonizzati, modificati, usurpati, ma ancora
oggi il battito della terra è forte e presente.
I Luoghi
Che cos'è dunque un luogo d'energia? E' scientificamente provato che
utilizziamo solo il 10% delle nostre potenzialità cerebrali. Anche
la percezione, attraverso i nostri sensi, è parziale. Riusciamo ad
udire solo determinate frequenze, così come riusciamo a vedere e
percepire solo una gamma limitata di radiazioni cromatiche. Tutto
ciò è considerato normale, mentre non si pensa altrettanto di
persone che estrinsecano capacità "extrasensoriali". Un rabdomante
per esempio riesce a sentire l'acqua diversi metri sotto terra, un
radioestesista riesce a captare le energie sottili o le onde di
forma. Tali facoltà erano nei tempi passati considerati doni,
coltivate, e sfruttate.
Ebbene i luoghi d'energia,
naturali o creati con intervento umano, sono quei luoghi che
contribuiscono ad aumentare le nostre percezioni, il nostro
benessere, il nostro metabolismo, fino a giungere a diretto contatto
con il trascendente.
L'attenzione
estrema che i nostri antenati ponevano nell'ascoltare il ritmo della
terra, li portava non solo a identificare i luoghi d'energia, ma
anche i luoghi dove fosse insalubre abitare, vivere, lavorare. Le
conoscenze della salubrità o meno dei luoghi sono stati quasi sempre
appannaggio della casta sacerdotale. Nell’antichità i cinesi
sceglievano i luoghi dove costruire secondo lo studio delle
simmetrie dell’ambiente circostante. Greci e latini, facevano
pascolare e dormire le greggi per un anno sui terreni dove volevano
costruire. Nei vecchi monasteri in
Himalaya
si orientavano le celle per i monaci in modo che fossero contenute
entro una cella del reticolo di Hartmann, e quindi in zona
neutra. Gli antichi luoghi sacri pagani e paleocristiani sono pieni
di energia positiva. Dolmen, obelischi, menhir, piramidi e poi le
grandi cattedrali, i costruttori hanno sempre tenuto in
considerazione lo studio e la ricerca di luoghi carichi di energie
positive e di neutralizzazione delle energie negative.
I menhir punteggiano la superficie della terra dall'estremo oriente
fino in Irlanda, sull'isola di Pasqua come in Africa o in Australia,
in Sudamerica come negli attuali Stati Uniti. La cultura megalitica
permetteva all'uomo di rilevare i nodi geopatogeni, o zone ad
energia negativa. Collocare a terra un menhir, equivaleva a
praticare una sorta di agopuntura per trasformare le griglie
vibratorie negative, una sorta di sanificazione del terreno e gli
obelischi di pietra fungevano da trasmettitori che irradiavano in
nella zona circostante energia positiva, una funzione che anche oggi
continuano ad avere. Gli antichi Romani, non solo orientavano tutte
le costruzioni in relazione ai reticoli, come del resto i Celti
prima di loro, ma il tracciato delle loro strade, seguendo le
indicazioni degli Auguri, evitava quando possibile luoghi ad energia
negativa. Questo per ridurre l'affaticamento dei loro soldati in
marcia. Così nell'antica India, le griglie sono state usate per
definire il concetto degli otto dishas, (orientamenti) e più
precisamente per definire l'orientamento delle tempie ( e quindi
della testa ), in relazione alle zone ove risiedere, come è spiegato
nei Vastushastras.
I costruttori di cattedrali nel medioevo, oltre a sfruttare luoghi
già conosciuti dal punto di vista cultuale ed energetico, eressero
meravigliose torri, aventi, tra l'altro, la funzione di antenna
ricetrasmittente di energie cosmotelluriche. In definitiva alcuni
luoghi furono selezionati, frequentati, modificati, al fine di
potenziarne la salubrità e quindi migliorare le condizioni della
vita materiale degli uomini, altri invece furono selezionati e
potenziati a fini terapeutici o per innalzare lo spirito verso mondi
superiori.
Le
civiltà che ci hanno preceduto su questa terra, hanno lasciato
sin dall'epoca eneolitica (Eneo = di bronzo),
testimonianze
evidenti e affascinanti che le culture successive hanno tentato
di spiegare, plagiare, demonizzare.
In alcune zone
del pianeta riscontriamo un'ampia quantità e qualità di
testimonianze, ma si può considerare che i Menhir siano dispersi
in tutto il mondo.
Menhir è un
termine di derivazione Breton
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mercoledì 12 febbraio 2014
Ragtime Genere Musicale Storia e video
Il ragtime (talvolta scritto rag-time) è un genere musicale, nato come musica da ballo nei quartieri a luci rosse di alcune città statunitensi (Saint Louis e New Orleans). Raggiunse la massima notorietà tra la fine del XIX secolo e i primi due decenni del XX.
Suonato prevalentemente al pianoforte, talvolta accompagnato da orchestra, era caratterizzato da un ritmo binario sincopato, che ha contribuito alla formazione del jazz.[1] La parola ragtime, in inglese, significa "tempo stracciato", "a brandelli".
e ancora
Il ragtime proviene dalla musica afroamericana di fine
Ottocento, come discendente diretto delle marce e dai balli suonati
dalle bande musicali nere. All'inizio del ventesimo secolo era ormai
diventato ampiamente popolare in America del Nord ed era ascoltato e
ballato, suonato e scritto da gente di molte culture differenti. Stile
musicale prettamente americano, il ragtime può essere considerato
una sintesi di sincope africana e di musica classica europea, con
particolare riferimento alle marce rese popolari da John Philip Sousa.
Alcuni dei primi ragtime per piano sono intitolati "marcia" e i termini jig e rag attorno al 1895 erano utilizzati in maniera intercambiabile. Il ragtime fu anche preceduto dal cakewalk, suo stretto parente. Nel 1895, l'artista nero Ernest Hogan pubblicò due dei più antichi rag stampati uno dei quali (All Coons Look Alike to Me) alla fine vendette un milione di copie. Come disse il collega musicista nero Tom Fletcher, Hogan fu "il primo a mettere su carta il genere di ritmo suonato da musicisti incapaci di leggere le note". Mentre il successo della canzone contribuì a introdurre gli Stati Uniti ai ritmi del ragtime, il suo uso di insulti razzisti contribuì a creare un certo numero di arie d'imitazione dispregiative, conosciuto come coon song a causa del loro uso di immagini estremamente razziste e stereotipate dei neri. Durante i suoi ultimi anni Hogan ammise di provare vergogna e un senso "di tradimento della razza" per la canzone esprimendo però orgoglio per aver aiutato a portare il ragtime a di vasto pubblico.
La comparsa di un ragtime maturo è datata solitamente al 1897, anno in cui furono pubblicati parecchi importanti rag. Nel 1899 fu pubblicata Maple Leaf Rag di Scott Joplin, che si rivelò un grande successo e dimostrò maggior profondità e sofisticatezza rispetto ai primi ragtime. Il ragtime fu una delle influenze principali sullo sviluppo iniziale del jazz (insieme al blues). Alcuni artisti, come Jelly Roll Morton, erano presenti ed hanno suonato sia il ragtime che jazz durante il periodo in cui i due generi hanno convissuto. Il jazz sorpassò di gran lunga il ragtime in popolarità all'inizio degli anni venti, anche se le composizioni ragtime continuano ad essere scritte anche oggi e rinascite di interesse popolare per il ragtime si sono presentate negli anni cinquanta e negli anni settanta.
Il momento magico del ragtime si verificò prima della disponibilità diffusa di strumenti per la registrazione del suono, quindi come musica classica e diversamente dal jazz, il ragtime classico era ed è soprattutto una tradizione scritta, distribuita attraverso gli spartiti piuttosto che attraverso le registrazioni. La musica del ragtime inoltre è stata distribuita attraverso i rulli per piano automatico. Una tradizione popolare di ragtime inoltre esisteva prima e durante il periodo del "ragtime classico" (definizione coniata dall'editore di Scott Joplin, John Stillwell Stark), manifestandosi principalmente attraverso gruppi di chitarristi e i club dove si suonavano il banjo ed il mandolino (che ebbero improvvisa popolarità all'inizio del XX secolo)
I tratti fondamentali di questo genere musicale si possono schematizzare in due punti: - il ragtime è praticato soprattutto da musicisti mulatti, una élite rispetto ai neri. Il ragtime, perciò, nasce come musica d'autore, scritta generalmente per pianoforte; - il ragtime è una musica da ballo che si ispira alle polke, alle mazurche, alle marce popolari di origine europea. Si basa però su un elemento tipicamente africano, cioè sulla contrapposizione tra due ritmi diversi, uno regolare e ossessivo (generalmente tipico della mano sinistra nelle composizioni ragtime per piano), l'altro vario e sincopato (eseguito invece con la mano destra). Diffusosi dalla seconda metà dell'Ottocento presso i neri della zona sud-occidentale degli Stati Uniti, era suonato inizialmente dalle cosiddette jug band, con strumenti casalinghi come l'asse da lavare e altri strumenti di cucina; nel banjo trovò il suo principale protagonista, e più tardi cominciarono ad emergere per esso anche pianoforte e chitarra.
A New Orleans erano nate piccole orchestrine, in genere composte generalmente da fiati e da una elementare sezione ritmica, che si esibivano per le strade e nei locali malfamati del quartiere a luci rosse della città, Storyville. La tradizione e il repertorio di queste orchestre derivavano dalla cosiddetta second line, una banda (spesso improvvisata) che suonava pezzi allegri al ritorno del corteo dai funerali (mentre all'andata la banda tradizionale suonava marce funebri). Quando anche i bianchi cominciarono ad interessarsi di questa musica, per distinguerla dalla musica suonata nello stesso periodo dai musicisti di colore fu coniato il termine Dixieland.
Il suo massimo esponente fu Scott Joplin, pianista. Il brano che gli permise di guadagnarsi enorme notorietà, Maple Leaf Rag (1899), raggiunse un successo straordinario, tanto che dello spartito vennero vendute un milione di copie.
Negli stessi anni in cui Joplin formulava una nuova forma di arte americana, il ragtime conosciuto come rag classico, altri musicisti adattavano i nuovi ritmi alle chitarre, creando il ragtime-blues, una combinazione delle due forme musicali. Di questo filone si ricordano Blind Blake e il reverendo Gary Davis. Negli anni sessanta i pezzi scritti per pianoforte furono tradotti in rag per chitarra. Non vi sono prove registrate che ciò fosse avvenuto prima di quest'epoca.
Suonato prevalentemente al pianoforte, talvolta accompagnato da orchestra, era caratterizzato da un ritmo binario sincopato, che ha contribuito alla formazione del jazz.[1] La parola ragtime, in inglese, significa "tempo stracciato", "a brandelli".
Caratteristiche musicali principali
- Forma musicale a carattere prevalentemente pianistico[1]
- Ritmo binario, solitamente 2/4, talvolta anche 2/2, 4/4 o 4/8
- Basso regolare, per tenere il tempo, al ritmo di semiminima o croma
- Melodia sincopata
- Schema tematico classico: multitematico AA BB A CC DD (come in The Entertainer di Scott Joplin)
- in molti casi vi sono 3 temi, e quindi manca il tema D, oppure viene riproposto il tema A alla fine, imitando lo stile del Rondò musicale classico;
- esistono alcuni ragtime-waltz ("valzer ragtime") che quindi sono nel ritmo ternario di 3/4 pur essendo sincopati (ad esempio, Bethena di Joplin).
- March ("marcia"), spesso nel tempo di 6/8 o 2/2
- Cake walk o Cakewalk
- Two Step
- Piano Novelty
- Slow Drag
- Fox Trot
Storia
Il contesto storico
Il critico americano Rupert Hughes, nel 1899 scrive che| « I negri chiamano ragging il loro modo di danzare, battendo i piedi, e rag la danza. È una danza [..] accompagnata con il battito delle mani e dei piedi. Nella musica ragtime le figurazioni del banjo sono molto evidenti e la divisione di una delle battute in due note brevi si può far risalire al battito delle mani. » |
| « ... era insita una ritmica sincopata che essi [i neri] trasferivano sul banjo, sulla chitarra e sul pianoforte. Questo tipo di musica venne poi chiamato "rag time" da un critico bianco, il quale non si rese conto di averle trovato il nome nemmeno quando ormai gli altri critici, e il pubblico, lo usavano normalmente. » |
| (Rupert Hughes, An Eulogy of Rag Time) |
Alcuni dei primi ragtime per piano sono intitolati "marcia" e i termini jig e rag attorno al 1895 erano utilizzati in maniera intercambiabile. Il ragtime fu anche preceduto dal cakewalk, suo stretto parente. Nel 1895, l'artista nero Ernest Hogan pubblicò due dei più antichi rag stampati uno dei quali (All Coons Look Alike to Me) alla fine vendette un milione di copie. Come disse il collega musicista nero Tom Fletcher, Hogan fu "il primo a mettere su carta il genere di ritmo suonato da musicisti incapaci di leggere le note". Mentre il successo della canzone contribuì a introdurre gli Stati Uniti ai ritmi del ragtime, il suo uso di insulti razzisti contribuì a creare un certo numero di arie d'imitazione dispregiative, conosciuto come coon song a causa del loro uso di immagini estremamente razziste e stereotipate dei neri. Durante i suoi ultimi anni Hogan ammise di provare vergogna e un senso "di tradimento della razza" per la canzone esprimendo però orgoglio per aver aiutato a portare il ragtime a di vasto pubblico.
La comparsa di un ragtime maturo è datata solitamente al 1897, anno in cui furono pubblicati parecchi importanti rag. Nel 1899 fu pubblicata Maple Leaf Rag di Scott Joplin, che si rivelò un grande successo e dimostrò maggior profondità e sofisticatezza rispetto ai primi ragtime. Il ragtime fu una delle influenze principali sullo sviluppo iniziale del jazz (insieme al blues). Alcuni artisti, come Jelly Roll Morton, erano presenti ed hanno suonato sia il ragtime che jazz durante il periodo in cui i due generi hanno convissuto. Il jazz sorpassò di gran lunga il ragtime in popolarità all'inizio degli anni venti, anche se le composizioni ragtime continuano ad essere scritte anche oggi e rinascite di interesse popolare per il ragtime si sono presentate negli anni cinquanta e negli anni settanta.
Il momento magico del ragtime si verificò prima della disponibilità diffusa di strumenti per la registrazione del suono, quindi come musica classica e diversamente dal jazz, il ragtime classico era ed è soprattutto una tradizione scritta, distribuita attraverso gli spartiti piuttosto che attraverso le registrazioni. La musica del ragtime inoltre è stata distribuita attraverso i rulli per piano automatico. Una tradizione popolare di ragtime inoltre esisteva prima e durante il periodo del "ragtime classico" (definizione coniata dall'editore di Scott Joplin, John Stillwell Stark), manifestandosi principalmente attraverso gruppi di chitarristi e i club dove si suonavano il banjo ed il mandolino (che ebbero improvvisa popolarità all'inizio del XX secolo)
Gli inizi
Il termine rag-time venne usato per la prima volta associato ad una composizione musicale nel 1897 nei due brani The Mississippi Rag di William Krell e Harlem Rag di Tom Turpin, che sono quindi convenzionalmente considerati i primi brani rag. Fu inizialmente disprezzato e considerato come "musica da bordello", ma si è poi affermato ed ha raggiunto l'apice come forma propria musicale nel primo decennio del Novecento per poi declinare e cadere per molti decenni nella più completa oscurità entro il 1920.I tratti fondamentali di questo genere musicale si possono schematizzare in due punti: - il ragtime è praticato soprattutto da musicisti mulatti, una élite rispetto ai neri. Il ragtime, perciò, nasce come musica d'autore, scritta generalmente per pianoforte; - il ragtime è una musica da ballo che si ispira alle polke, alle mazurche, alle marce popolari di origine europea. Si basa però su un elemento tipicamente africano, cioè sulla contrapposizione tra due ritmi diversi, uno regolare e ossessivo (generalmente tipico della mano sinistra nelle composizioni ragtime per piano), l'altro vario e sincopato (eseguito invece con la mano destra). Diffusosi dalla seconda metà dell'Ottocento presso i neri della zona sud-occidentale degli Stati Uniti, era suonato inizialmente dalle cosiddette jug band, con strumenti casalinghi come l'asse da lavare e altri strumenti di cucina; nel banjo trovò il suo principale protagonista, e più tardi cominciarono ad emergere per esso anche pianoforte e chitarra.
A New Orleans erano nate piccole orchestrine, in genere composte generalmente da fiati e da una elementare sezione ritmica, che si esibivano per le strade e nei locali malfamati del quartiere a luci rosse della città, Storyville. La tradizione e il repertorio di queste orchestre derivavano dalla cosiddetta second line, una banda (spesso improvvisata) che suonava pezzi allegri al ritorno del corteo dai funerali (mentre all'andata la banda tradizionale suonava marce funebri). Quando anche i bianchi cominciarono ad interessarsi di questa musica, per distinguerla dalla musica suonata nello stesso periodo dai musicisti di colore fu coniato il termine Dixieland.
Il suo massimo esponente fu Scott Joplin, pianista. Il brano che gli permise di guadagnarsi enorme notorietà, Maple Leaf Rag (1899), raggiunse un successo straordinario, tanto che dello spartito vennero vendute un milione di copie.
Negli stessi anni in cui Joplin formulava una nuova forma di arte americana, il ragtime conosciuto come rag classico, altri musicisti adattavano i nuovi ritmi alle chitarre, creando il ragtime-blues, una combinazione delle due forme musicali. Di questo filone si ricordano Blind Blake e il reverendo Gary Davis. Negli anni sessanta i pezzi scritti per pianoforte furono tradotti in rag per chitarra. Non vi sono prove registrate che ciò fosse avvenuto prima di quest'epoca.
giovedì 16 gennaio 2014
Nyabinghi
Il Nyabinghi è un termine che ricopre diversi significati. Esso è attribuito:
- ad un movimento africano attivo tra gli anni 1850 e 1950.
- ad un culto religioso sviluppato in Giamaica negli anni cinquanta che darà vita al rastafarianesimo.
- una delle prime musiche associate al culto rastafari.
- una sottocategoria della religione rastafari.
Storia
Il nome nyabinghi deriva da un movimento dell'est dell'Africa attivo nel periodo tra gli anni 1850 e 1950 che fu guidato dalle popolazioni che si opponevano all'imperialismo europeo[1]. Questa forma di nyabinghi girava attorno alla figura di Muhumusa, una donna guaritrice dell'Uganda che organizzò una resistenza contro i colonialisti tedeschi. I britannici in Africa combatterono i nyabinghi, classificandoli come stregoni dopo che era stata varata l'"Ordinanza sulle stregonerie" nel 1912[1]. Muhumusa venne catturata nel 1913[2].La resistenza nyabinghi ispirò molti giamaicani anti-colonialisti che si opponevano all'occupazione britannica, e venivano spesso organizzate delle danze e dei canti nyabinghi per invocare il potere di Jah contro l'oppressore. Il termine venne così attribuito anche ad una musica folkloristica giamaicana, diventando la più caratteristica forma di musica relativa alla religione rasta. Il nyabinghi era suonato alle cerimonie sacre chiamate "grounations", che includevano percussioni, canti e balli, assieme alla preghiera e all'uso della marijuana[1]. Nella musica nyabinghi venivano usati tre tipi di percussioni: bass (grancassa), funde e akete. L'akete suonava una sincope improvvisata, il funde suonava un battito regolare in due battute, mentre la grancassa suonava fortemente sulla prima battuta, e più leggermente nel terzo (o quarto) battito. Count Ossie (Oswald Williams) fu il primo artista a registrare della musica nyabinghi, e contribuì allo sviluppo della cultura rasta[2]. I canti nyabinghi influenzarono in seguito la musica popolare giamaicana come lo ska, il rocksteady e soprattutto il reggae[2]. Il tamburo è il simbolo dell'africanità dei rastafari, e molti sostengono che lo spirito divino di jah sia presente nel tamburo. La musica africana sopravvisse alla schiavitù perché i colonizzatori incoraggiavano a suonarla come metodo per tenere alto il morale degli schiavi. La musica afro-americana sorse con l'afflusso di influenze dei nativi giamaicani, come anche quelle dei colonizzatori europei[1].
venerdì 3 gennaio 2014
Estratti dal libro "Il futuro è solo l'inizio" Bob Marley
Sapete, io non sono venuto a parlare agli adulti. Sono venuto a parlare ai bambini, che non hanno ancora sentito nulla. Diciamo che devo suonare, così quando il fratello grande compra il disco e lo porta a casa, i fratelli piccoli possono sentirlo. Non mi va di dire cose che i bambini non possano capire, perchè i bambini adesso sono la cosa più importante. Quello che puoi fare è educarli. Gli mostr l'uomo nero, l'uomo bianco, il cinese, tutti quanti. Sulla terra viviamo dentro un'unica coscienza. Certe persone credono di appartenere a un posto diverso da quello in cui sono nate, bè, non è così che funziona. Pensate ai movimenti come il Black Power: non concludono mai niente. Bisogna fare qualcosa di più radicale. Se le persone lottano contro di te, devi capire perchè lo fanno. Per questo, a volte, quando suono, ci sono delle persone bianche a sentirmi. Devo smetterla di chiamarle persone perchè così le metto in una gabbia. Sono I and I; Iand I. Un solo uomo forte.
Era saggio al di là dell'istruzione, al di là dell'informazione. La fonte di ciò che sapeva era la terra, per questo, a volte, si definiva prima di tutto un contadino, e in secondo luogo un cantante.
Quando le persone hanno pregiudizi, cacciano Dio dal mondo.
Mi
vedi adesso? La prima cosa che devi sapere di me è che dico sempre
quello che penso. La seconda cosa che devi sapere quando mi ascolti è
che le parole sono molto ingannevoli. Dunque, quando sai quali sono le
mie idee, quando ti spiego una cosa, non devi mai cercare di
considerarla in modo diverso da come l'Ho detta.
martedì 31 dicembre 2013
Hollywood e i trafficanti di sogni
Marcello Pamio, tratto dal libro di Gianantonio Valli: "Trafficanti di sogni: Hollywood, creatura ebraica", ed. Effepi
“Hollywood è un
posto dove per un bacio di pagano mille dollari e per l’anima cinquanta
centesimi”
Marilyn Monroe
Marilyn Monroe
“Al termine del
XX secolo Hollywood resta un’industria con una spiccata sfumatura
etnica. Praticamente tutti i capi dei maggiori studi sono ebrei. Gli
sceneggiatori, i produttori e i misura minore i registi sono ebrei in
una quantità sproporzionata; un recente studio li ha indicati presenti
in oltre il 59% delle pellicole di maggior successo”.
J.J. Goldberg,
Jewish Power, 1996
La cinematografia
è sempre stata, assieme alla cugina più giovane televisione, i veicoli
principali di controllo delle masse. Proprio per questo motivo, ogni
Regime che si rispetti, ha sempre ingabbiato e gestito i mezzi di
comunicazione di massa.
I mass media, cartacei, radiofonici, cibernetici e visivi non solo giocano un ruolo fondamentale nella modifica e manipolazione della percezione della realtà, ma possono innescare e accelerare determinati processi cognitivi e fisiologici che conducono l’uomo direttamente nelle prigioni coercitive del cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale: il cosiddetto mondialismo.
Chi controlla questi sistemi, ha il potere di vita e di morte su centinaia di milioni, per non dire miliardi di individui.
La funzione della televisione viene ben descritta nel monologo di Howard Beale, interpretato da Peter Finch, nel film di Sidney Lumet: “Network” (da noi “Quinto Potere”) del 1976.
I mass media, cartacei, radiofonici, cibernetici e visivi non solo giocano un ruolo fondamentale nella modifica e manipolazione della percezione della realtà, ma possono innescare e accelerare determinati processi cognitivi e fisiologici che conducono l’uomo direttamente nelle prigioni coercitive del cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale: il cosiddetto mondialismo.
Chi controlla questi sistemi, ha il potere di vita e di morte su centinaia di milioni, per non dire miliardi di individui.
La funzione della televisione viene ben descritta nel monologo di Howard Beale, interpretato da Peter Finch, nel film di Sidney Lumet: “Network” (da noi “Quinto Potere”) del 1976.
“Meno del 3% di voialtri legge libri, meno del 15% di voi legge giornali o riviste.
Perché l'unica verità che conoscete è quella che ricevete alla tv. Attualmente, c'è da noi un'intera generazione che non ha mai saputo niente che non fosse trasmesso alla tv.
La tv è la loro Bibbia, la suprema rivelazione!
La tv può creare o distruggere presidenti, papi, primi ministri. La tv è la più spaventosa, maledettissima forza di questo mondo senza Dio. E poveri noi se cadesse nelle mani degli uomini sbagliati…
Perché questa società è ora nella mani della CCA, la Communication Corporation of America, e quando una tra le più grandi corporazioni del mondo controlla la più efficiente macchina per una propaganda fasulla e vuota, in questo mondo senza Dio, io non so quali altre cazzate verranno spacciate per verità, qui!
Quindi ascoltatemi. Ascoltatemi! La televisione non è la verità! La televisione è un maledetto parco di divertimenti, la televisione è un circo, un carnevale, una troupe viaggiante di acrobati, cantastorie, ballerini, cantanti, giocolieri, fenomeni da baraccone, domatori di leoni, giocatori di calcio! Ammazzare la noia è il nostro solo mestiere.
Da noi non potrete mai ottenere la verità. Vi diremo tutto quello che volete sentire mentendo senza vergogna. Vi diremo qualsiasi cazzata vogliate sentire!
Noi commerciamo illusioni, niente di tutto questo è vero!
Ma voi tutti ve ne state seduti là, giorno dopo giorno, notte dopo notte, di ogni età, razza, fede. Conoscete soltanto noi. Già cominciate a credere alle illusioni che fabbrichiamo qui. Cominciate a credere che la tv è la realtà, e che le vostre vite sono irreali. Voi fate tutto quello che la tv vi dice: vi vestite come in tv, mangiate come in tv, tirate su bambini come in tv, persino pensate come in tv! Questa è pazzia di massa! Siete tutti matti!
In nome di Dio, siete voialtri la realtà. Noi, siamo le illusioni.
Quindi spegnete i vostri televisori, spegneteli ora. Spegneteli immediatamente! Spegneteli e lasciateli spenti!
Howard Beale, da
buon commentatore televisivo, parla dei rischi insiti della tv, ma il
suo discorso si può allargare ed estendere al cinema e ad ogni altro
mezzo di comunicazione.
Ha proprio ragione: la tv e il cinema non sono la realtà, sono strumenti nelle mani dei controllori che sfornano falsità, illusioni e sogni.
Sfruttano le conoscenza profonde dell’animo umano, della psiche, dell’inconscio e della psicologia sociale delle masse, per veicolare quello che vogliono che noi sentiamo e vediamo.
Ha proprio ragione: la tv e il cinema non sono la realtà, sono strumenti nelle mani dei controllori che sfornano falsità, illusioni e sogni.
Sfruttano le conoscenza profonde dell’animo umano, della psiche, dell’inconscio e della psicologia sociale delle masse, per veicolare quello che vogliono che noi sentiamo e vediamo.
Moltissime
persone, soffocate e strozzate da un sistema parassitario disumanizzante
che sta lentamente stringendo il cappio intorno al collo di milioni di
persone, vogliono sognare, allontanarsi dai propri problemi quotidiani
(economici, sociali, religiosi, lavorativi, salutari, ecc.) e il Sistema
ci accontenta: crea film di avventura, saghe fantascientifiche,
romantici strappalacrime, eroi che salvano il mondo, fiction, serie
televisive infinite che hanno proprio questo intento: staccarci dalla
realtà e tenerci il più a lungo possibile lontano. Il punto è che non lo
fanno per il nostro bene…
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sabato 28 dicembre 2013
sabato 7 dicembre 2013
Poesia ad alta voce Documentario
pt.1
Pt.2
Pt.3
venerdì 29 novembre 2013
Cake Walke Dancing History and (Video)
The Cake-Walk or Cakewalk was a dance developed from the "Prize Walks" held in the late 19th century, generally at get-togethers on slave plantations in the Southern United States. Alternative names for the original form of the dance were "chalkline-walk", and the "walk-around". At the conclusion of a performance of the original form of the dance in an exhibit at the 1876 Centennial Exposition in Philadelphia, an enormous cake was awarded to the winning couple. Thereafter it was performed in minstrel shows, exclusively by men until the 1890s. The inclusion of women in the cast "made possible all sorts of improvisations in the Walk, and the original was soon changed into a grotesque dance" which became very popular across the country. The authors of Jazz Dance: The Story of American Vernacular Dance reported that an early 1950s experiment with African guests turned up "no worthy African counterpart" to the Cakewalk.[2] First person accounts In the 1981 article "The Cakewalk: A Study in Stereotype and Reality" Brooke Baldwin cites "an almost exhaustive compilation of those accounts which have been found so far".[3] This compilation consists of eyewitness accounts by ex-slaves from Virginia and Georgia recorded by WPA researchers in the 1930s, along with second hand accounts from other sources. Baldwin notes that "when the researchers of the Federal Writer's Project of the WPA interviewed aged ex-slaves in the 1930s, there was no longer any need to suppress information about the happier moments of slave life."[4] Louise Jones: "de music, de fiddles an' de banjos, de Jews harp, an' all dem other things. Sech dancin' you never seen before. Slaves would set de flo' in turns, an' do de cakewalk mos' all night."[4] Georgia Baker said that she sang a song when she was a child. "Walk light ladies, De cake's all dough" She laughed and added, "Us didn't know it when we was singin' dat tune to us chillun dat when us growed up us would be cakewalkin' to de same song".[5] Estella Jones: "Cakewalkin' was a lot of fun durin' slavery time. Dey swep yards real clearn and set benches for de party. Banjos wuz used for music makin'. De women's wor long, ruffled dresses wid hoops in 'em and de mens had on high hats, long split-tailed coasts, and some of em used walkin' sticks. De couple dat danced best got a prize. Sometimes de slave owners come to dese parties 'cause dey enjoyed watchin' de dance, and dey 'cided who danced de best. Most parties durin' slavery time, wuz give on Saturday night durin' work sessions, but durin' winter dey wuz give on most any night."[6] Second hand, oral tradition accounts A South Carolinian told of Griffin, a fiddler who played for the dances of the whites as well as for the "annual cakewalks of his own people".[6] A story told to him by his childhood nanny in 1901 was repeated by 80 year old actor Leigh Whipple, "Us slave watched white folks' parties where the guests danced a minuet and then paraded in a grand march, with the ladies and gentlemen going different ways and then meeting again, arm in arm, and marching down the center together. Then we'd do it too, but we used to mock 'em every step. Sometimes the white folks noticed it, but they seemed to like it; I guess they thought we couldn't dance any better."[6]
Ex-ragtime entertainer Shepard
Edmonds recounted, in 1950, memories related to him by his parents from Tennessee; "...the cake walk was originally a plantation dance, just a happy movement they did to the banjo music because they couldn't stand still. It was generally on Sundays, when there was little work, that the slaves both young and old would dress up in hand-me-down finery to do a high-kicking, prancing walk-around. They did a take-off on the manners of the white folks in the "big house", but their masters, who gathered around to watch the fun, missed the point. It's supposed to be that the custom of a prize started with the master giving a cake to the couple that did the proudest movement."[6] Baldwin concludes that the Cakewalk was meant "to satirize the competing culture of supposedly 'superior' whites. Slaveholders were able to dismiss its threat in their own minds by considering it as a simple performance which existed for their own pleasure" (p. 211).[7] Tom Fletcher, who was born in 1873 and had a show business career beginning in 1888,[8] wrote in 1954 that when he was a child, his grandparents told him about the chalk-line walk/cakewalk, but they did not know when it started.[9] Fletcher's grandfather told him, "your grandmother and I, we won all the prizes and were taken from plantation to plantation. The dance became a great fad. It took skill and good nerves...The plantation is where shows like yours first started, son."[10] Fletcher adds that the dance was called the "chalk like walk" and "There was no prancing, just a straight walk on a path made by turns and so for
Estratti dal libro "Il cantore dell'immaginario" Lèo Ferrè + (Video)
La proprietà? bisogna cambiare la parola. Sono proprietario del mio diritto di rivendicare "questa" proprietà, oggetto del mio desiderio e la cui sanzione possessiva è rimessa solo al denaro che mi occorre per diventarne il padrone, a meno che io non mi sia deciso a trasgredire l'ordine stabilito e a impossessarmi di forza o con l'astuzia di un bene che io considero, da sempre, dovermi appartenere. E ciò che mi appartiene, posso farlo a pezzi; è questo il diritto di proprietà: il diritto di distruggere.
Che cos'è il "Mio" se non una convenzione comprata? La mia quercia è mia, la mia quercia è centenaria. Una versone più sana mi dovrebbe dire che è di chi l'ha piantata, della quercia madre della libera natura, del paesaggio di cui essa è un punto mobile nella tempesta o statico nel blu dell'estate. Che è di se stessa, insomma! Il mio rene è mio...
Senza la parola che gli dà un nome non c'è albero. Noi facciamo le nostre catene: con la regola, con le parole. Per parola intendo - è ovvio - l'immediato concetto che m'inchioda al discorso interiore.
I postulati, i teoremi, il quid eterno che è la nostra condizione di homo curiosus, tutto ci porta verso soluzioni di alterità a problemi costruiti da noi. L'enunciato di un problema è sospetto per il fatto stesso di esprimersi in un linguaggio convenzionale.
so di assasini che non hanno vittime
che fanno la coda per vedere il sangue sullo schermo
Noi siamo dei cani e i cani quando fiutano la compagnia si agitano, si sbarazzano del collare e posano l'osso come si posa la sigaretta quando si deve fare qualcosa d'urgente tanto più se l'urgenza consiste in un 'idea da sbattervi in faccia.
lunedì 17 giugno 2013
mercoledì 3 aprile 2013
giovedì 7 marzo 2013
mercoledì 20 febbraio 2013
Bruce Lee The Legend (documentario)
Pt 1.
Pt.2
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lunedì 18 febbraio 2013
Simbolismo della Ghiandola Pineale
L'Articolo Completo Qui:
Il soggetto del nostro indagare è la più
popolare tra le ghiandole endocrine: l’Epifisi, meglio conosciuta come
ghiandola Pineale.Immedesimandomi nelle figure di Indiana Jones e Robert
Langton –lo studioso dei simboli nel best seller Il codice Da Vinci di
Dan Brown – sono andato alla ricerca di uno specifico simbolismo occulto
presente in molte antiche culture sparse nel globo. Di fatto il tema
che tratteremo in questa sede si presenta sottoforma di simboli presenti
nell’arte o nei metodi canonici della trasmissione della conoscenza: le
tavolette, le incisioni nelle pareti dei templi o dei palazzi, le
statue, i dipinti o gli oggetti usati a scopo rituale. A volte accade
che questi simboli li abbiamo davanti agli occhi, ma non abbiamo una
chiave di lettura per codificare i codici ripetutamente presenti nelle
diverse opere di molti antichi popoli.
giovedì 20 dicembre 2012
Tangoterapia per curare il corpo e la mente danzando
Qui l'articolo:
http://pianetablunews.wordpress.com/2012/10/24/tangoterapia-per-curare-il-corpo-e-la-mente-danzando/
"Tangoterapia per rimettere in forma corpo e mente.
E’ questa la proposta del Reparto di Riabilitazione Specialistica
dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, che alla luce dei risultati di una
sperimentazione condotta nello scorso mese di luglio ha deciso di
inserire il tango argentino nei percorsi riabilitativi di diverse
patologie, come la malattia di Parkinson, la
sclerosi multipla, le problematiche associate all’ictus, i problemi di
equilibrio di origine nervosa e i disturbo respiratori cronici.
L’efficacia di questo tipo di terapia, dimostrata da ricerche condotte
in tutto il mondo, rende il tango argentino non solo patrimonio
dell’umanità (nel 2009 questa danza è stata dichiarata dall’Unesco “bene
culturale immateriale”), ma anche un vero e proprio “patrimonio per la
salute”."
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